“Adesso finalmente sanno il mio nome, in radio gira sempre una mia canzone, chissà dov’era tutto questo amore, quando soffrivo, quand’ero vivo”. Potrebbero essere le parole di una celebrità morta prematuramente (cantante, attore, sportivo), magari denigrata in vita e adorata dopo la morte. Marracash e J-Ax hanno fatto questo tipo di riflessione nella canzone Quando ero vivo, il cui ritornello inizia con questa frase.
È necessario morire per diventare bravi e per attirare l’attenzione? Sembrerebbe di sì e questa regola vige specialmente nel mondo della musica. È normale e perfettamente comprensibile che la notizia della morte di un’artista faccia “pubblicità” a quest’ultimo: è infatti un’occasione per far parlare i media di sé. Ne deriva dunque che anche la sua arte acquista valore in quanto diventa unica e irripetibile. Non è però l’unica conseguenza: i suoi fan subiranno uno shock e contemporaneamente quell’ artista verrà elogiato e verranno esaltate quasi solo le sue qualità; le sue canzoni (o meglio, la sua canzone più famosa) saranno condivise da tantissimi nuovi fan che il giorno prima della morte non lo conoscevano neanche o, peggio, lo disprezzavano. Con questo non voglio certo dire che sia una cosa negativa scoprire la musica di un artista dopo la sua morte e grazie ad essa. È squallido invece che improvvisamente anche i suoi colleghi che in vita lo bistrattavano, sfruttino il suo nome per dire parole di circostanza e mettersi in mostra.

Ci sono tantissime celebrità morte in circostanze tragiche il cui nome ha subito la classica ondata di ipocrisia e opportunismo da parte di colleghi e non solo. È tristemente noto il Club 27 con cui si fa riferimento ad alcuni musicisti morti all’età di 27 anni (Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Amy Winehouse e Jim Morrison tra gli altri), che avevano in comune anche il fatto di essere dei “poeti maledetti”: erano tutte figure estremamente poetiche e divinizzate dai fan, pur rimanendo esseri umani. Questa condizione, sebbene in modi diversi li ha condotti allo stesso destino: morire nel pieno della loro carriera. E con la fine della vita della loro persona è iniziata la vita della loro leggenda: oggi sono perlopiù osannati e ammirati, ma spesso non hanno subìto lo stesso trattamento prima della morte.
Negli ultimi anni nel panorama del rap americano si è verificato uno scenario tragicamente simile, con una sola differenza: l’età. Lil Peep, XXX Tentacion e Juice WRLD erano tre rapper famosi che si facevano notare anche in Europa. Rispettivamente nel 2017, nel 2018 e nel 2019 sono morti in circostanze diverse all’età di 21 anni (probabilmente in futuro si parlerà di Club 21). Successivamente le loro canzoni hanno subito acquistato tantissimo valore e sono state ascoltate da molti per la prima volta.
Così è stato e così sarà sempre, probabilmente. Non condanno dunque chi scopre un artista dopo la sua morte, ma trovo triste che chi fa arte “debba” morire per essere considerato all’altezza e capace: si dovrebbe invece attribuire valore anche a chi è ancora vivo. Si potrebbe salvare la sua vita.

